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Precariato

Page history last edited by davide_sera 9 years, 11 months ago

Dualità del mercato di lavoro e del suo superamento. Tre i documenti finora presentati:

DDL n. 1481/09 Ichino + 34 (sperimentazione flexsecurity) e DDL n. 1873/09 Ichino + 53, artt. 2119-2120 (nuovo Codice del lavoro)

PDL n. 2630/09 Madia Miglioli Gatti (C.U.I.F., Contratto Unico di Inserimento Formativo)

DDL n. 2000/10 Nerozzi (modellato sul progetto Boeri-Garibaldi)

Convergenze oramai acquisite:

- adozione della nozione di dipendenza economica come nuovo criterio di delimitazione del campo di applicazione della maggior parte della normativa protettiva in materia di lavoro […] l’idea di far leva su questa nozione per il superamento del dualismo del mercato del lavoro italiano è stata fatta propria dalla Cgil nel suo congresso nazionale del 2006 (Rimini);

- necessità che l’istituzione del nuovo tipo legale di contratto di lavoro si accompagni all’assorbimento in esso di tutte le forme di lavoro atipico oggi utilizzate dalle imprese per ridurre la stabilità del rapporto nella fase di ingresso e a un ritorno alla limitazione del contatto a termine a una casistica ben determinata.

Differenze sostanziali:

due innovazioni, presenti soltanto nel primo e non nei secondi:

- severance cost (progetto Blanchard-Tirole 2004): sostituzione del filtro del controllo giudiziale sul motivo dei licenziamenti economico-organizzativi con il filtro costituito dal costo dei licenziamenti stessi volto a responsabilizzare le imprese circa la sorte dei propri ex-dipendenti nel mercato del lavoro;

- istituzione di un trattamento di disoccupazione universale, applicabile a tutti i nuovi rapporti di lavoro caratterizzati da dipendenza economica, fondato su due pilastri:

     il trattamento-base a carico dell’Inps;

     il trattamento complementare a carico dell’impresa (nel quadro del “contratto di ricollocazione” dovuto a chi perde il posto);

quest’ultimo costituisce un forte incentivo all’attivazione di buoni servizi di assistenza al lavoratore licenziato nel mercato (outplacement, riqualificazione professionale mirata agli sbocchi occupazionali effettivamente possibili, ecc.), poiché più presto il lavoratore viene ricollocato, minore è il costo del trattamento complementare per l’impresa.

Possibilità di sintesi dei progetti? Una ipotesi: una sintesi fra la disciplina Ichino in fatto di licenziamento economico (che prevede sì la deroga complessiva all’art. 18, ma introduce il trattamento complementare di disoccupazione, un costo nuovo per l’impresa, che dura finché il lavoratore non viene ricollocato), con limitazione nel tempo, e disciplina Madia/Nerozzi in fatto di licenziamento disciplinare, ovvero mantenimento dell’articolo 18 senza introdurre pericolosi ambiti di discrezionalità per il giudice. Una valutazione dei benefici ricadenti sulle opportunità di ricollocazione del lavoratore connessi all’introduzione del trattamento complementare a carico dell’impresa è assolutamente necessaria: ovvero, sarebbe opportuno rispondere alle seguenti domande: "fino a quanto l’impresa è interessata a ricollocare il lavoratore?", "lo farebbe in caso di passaggio a soggetti concorrenti?", e poi "quali strumenti formativi dovrebbe poter impiegare e chi è il soggetto che ha la responsabilità di organizzarli?".

Elementi di discussione:

I severance cost possono avere soli benefici per il lavoratore? Una fase di sperimentazione potrebbe essere utile per comprendere meglio i ruoli in gioco e la loro effettività.

L’outplacement deve necessariamente diventare una attività dell’impresa, che diventa soggetto sostitutivo in materia di collocamento nel mondo del lavoro. L’impresa diventa responsabile del destino del proprio ex-lavoratore, ma al tempo stesso, la leva dei costi del licenziamento non può cancellare del tutto il diritto del lavoratore (art. 18), semmai lo può sostituire per un periodo limitato di tempo (non superiore ai 5 anni). Al medesimo momento, la necessità condivisa da tutti e tre i progetti di ridurre le forme contrattuali atipiche ad una sola non può cancellare la forma contrattuale a tempo determinato, la quale dovrà subire un restringimento di ambito di applicazione e un aggravio di costi affinché risulti allineata alla forma a tempo indeterminato.

Per riassumere:

Disciplina del licenziamento economico

  • Ichino n. 1: Indennità di licenz. (1 mese per anno anz.) + tratt. complementare di disoccupazione a carico dell’impresa
  • Ichino n. 2: Indennità di licenz. (1 mese per anno anz.) + tratt. complementare di disoccupazione a carico dell’impresa
  • Madia: la prima fase (<3a.) è contratto a termine, con libertà di scelta delle parti circa la convers. in rapporto regolare; poi art. 18 S.L.
  • Nerozzi: Indennità di licenz. pari a 5 gg. per mese di anzianità, fino al limite massimo dei 3 anni; poi art. 18 S.L.

Disciplina del licenziamento disciplinare

  • Ichino n. 1: Controllo giudiziale pieno, con risarcimento e/o reintegrazione a discrezione del giudice – DEROGA all’art. 18
  • Ichino n. 2: Controllo giudiziale pieno, con risarcimento e/o reintegrazione a discrezione del giudice – DEROGA all’art. 18
  • Madia: Controllo giudiziale pieno, con risarcimento e reintegrazione secondo art. 18 S.L.
  • Nerozzi: Controllo giudiziale pieno, con risarcimento e reintegrazione secondo art. 18 S.L.

Trattamento di disoccupazione al termine (base attuale + tratt. complementare a carico impresa)

  • Ichino n. 1: Primo anno 90% con tetto 36.000 euro, poi decresc. per altri 3 anni: 80%, 70%, 60%
  • Ichino n. 2: Primo anno 90% con tetto 36.000 euro, poi decresc. per altri 2 anni: 80% e 70%
  • Madia: Accesso al trattamento di disoccupazione oggi vigente (non è previsto tratt. complementare)
  • Nerozzi: Accesso al trattamento di disoccupazione oggi vigente (non è previsto tratt. complementare)

 

link di riferimento

 http://yespolitical.wordpress.com/2010/04/18/una-svolta-per-il-pd-andare-oltre-verso-il-lavoro-e-il-contratto-unico-di-inserimento/

E anche qui, accogliendo un altro punto di vista (quello di Davide Imola e dell'Associazione 20 Maggio - Forum per il Lavoro del PD): http://yespolitical.wordpress.com/2010/04/13/quale-contratto-unico-contro-la-precarieta-critica-al-ddl-nerozzi-marini-e-ipotesi-per-una-terza-via/

Comments (23)

Raffoblog said

at 7:30 pm on May 2, 2010

Nel novero dei lavoratori precari bisognerebbe includere anche una parte del popolo delle Partite IVA. O quantomeno, sarebbe opportuno quantificare la quotaparte delle P.IVA che sono dei lavoratori dipendenti a tutti gli effetti ma senza alcun diritto in quanto, sulla carta, sono dei liberi professionisti. Personalmente sono stato a P.IVA per cinque anni in uno studio di ingegneria, fortunatamente erano persone abbastanza "illuminate" ma comunque era un lavoro dipendente a tutti gli effetti per orari, trasferte, ferie, malattie, permessi, ma ovviamente, senza alcuna tutela. In genere in condizioni lavorative del genere se sei in malattia ti tolgono la giornata, se sei in maternità non hanno problemi a mandarti via, se fai storie vai via tanto hanno la fila di persone che prenderebbero il tuo posto. Sono spesso giovani laureati con una preparazione di alto livello che entrano in questo modo nel mondo del lavoro. Nel mio studio su 25 persone 15 erano a partita IVA. Credo sia anche questa una fetta di paese, di giovani e di precari che chiedono una rappresentanza.

fabiano said

at 2:46 pm on May 3, 2010

severance cost? outplacement?
non sarebbe possibile utilizzare un linguaggio comprensibile?
non che si debba parlare come Bossi ma se vogliamo essere un partito maggioritario e dei lavoratori penso sia il caso di usare un linguaggio adeguato.
mi chiedo cosa pensate del reddito minimo garantito. Le proposte di Ichino sono in questo senso o sono sempre legate alla perdita del posto di lavoro? Insomma non è il caso di slegare gli ammortizzatori dal lavoro e dal legame con le aziende? Tra l'altro si recupererebbero tutte le tipologie lavorative, dalle partite IVA, agli agricoltori, agli artisti, agli artigiani ecc..

Giulio Pascali said

at 3:30 pm on May 3, 2010

1. Analisi del sistema
Sottoscrivo la considerazione sul "popolo delle partite IVA", solo una delle variegate facce del proletariato cognitivo (Cognitariato) che costituisce ormai un nuovo strato sociale degli sfruttati.
Una massa che fatica ad identificarsi e che è la vittima principale del sistema basato da una parte sulla creazione di aspettative superiori di vita che non si limitano a semplici richieste di soddisfazione materiale (un laureato, o comunque un soggetto mediamente acculturato, aspira a livelli di benessere e a ruoli sociali superiori, ma anche a sperimentare situazioni culturali complesse), dall'altro ne sfrutta le potenzialità produttive sostituendo al recepimento del "benessere immediato" la "prospettiva di un benessere" (della generica sistemazione), spesso drenando le risorse, economiche e organizzative, verso capitoli di spesa a carattere "virale" (potenziamento delle rendite di posizione da parte di chi detiene il potere, clientelarismo, deprofessionalizzazione del sistema per sostenere la clientelarità del sistema).
Occorre osservare che in misura minore anche all'interno del mondo dei contratti a tempo indeterminato esistono e si riscontrano forme di sfruttamento del tutto simili (ovviamente la stabilità economica consente ben altre capacità di reazione).

Giulio Pascali said

at 3:30 pm on May 3, 2010

2. L'attuale sistema lavorativo è il frutto contrapposto di eccessi di garanzia, dove il lavoro a tempo indeterminato (specialmente quello pubblico) viene ormai percepito come un miraggio irraggiungibile (se non tramite sistemi clientelari) se non addirittura un privilegio di casta da parte di chi non ha la possibilità di accedervi (dove spesso il passaggio del posto ai familiari è visto quasi come un diritto acquisito che assume livelli di allarme tanto più il sistema è in crisi).
Dal punto di vista del datore di lavoro, il contratto collettivo risulta tuttora un tabù, difficilmente sostenibile dalla piccole e medie imprese, che lo percepiscono come un debito contratto all'infinito.
Anche le grandi imprese tendono a diluire nel tempo il punto di assunzione, quando non lavorano (spinte in questo anche da considerazioni di carattere più finanziario che industriale) per terziarizzare funzioni e attività
In generale larga parte del sistema lavorativo (ed economico) è organizzato per scatole sovrapposte. Come una piramide inversa, che seguendo il meccanismo del subappalto, finisce per essere sostenuto dal singolo lavoratore precario, libero professionista, manovale, cottimista, consulente

Giulio Pascali said

at 3:31 pm on May 3, 2010

3. Conseguenze pratiche del sistema
Il sistema dal punto di vista macroeconomico sembrerebbe portare in se degli indubbi "vantaggi" (per chi ne beneficia):
- è estremamente elastico (nei momenti di crisi consente di ridurre immediatamente i costi , e consente di disporre di risorse umane immediatamente disponibili in caso di necessità)
- migliora la sostenibilità finanziaria in quanto scarica i costi diluendo i pagamenti (tradizionalmente a prestazione conclusa e con pagamenti ufficialmente a 60, 90, anche 120 gg dalla fattura), mentre l'emissione della fattura può essere ascritta come un passivo sul bilancio
- riduce i costi indiretti derivanti dalle spese fisse (minori posti di lavoro, minori costi di welfare, meno responsabilità civili sulla sicurezza) in quanto spesso il precario cognitivo lavora a casa

Tra i risvolti negativi, quello più macroscopico è che le rendite generate dal sistema (sia economiche che produttive) finiscono con il coprire le inefficienze:
- io precario che promuovo me stesso, la mia professionalità, che traggo sostentamento dl livello di qualità del mio lavoro, avrò sempre a cuore il risultato (indipendentemente dal contesto, dalle difficoltà che l’azienda per cui lavoro mi crea), in qualche modo sopperisco con il mio maggiore sforzo alle diseconomie del sistema
- io azienda, che ottengo risultati e produttività, tendo a mantenere lo schema contrattuale (perché ne riscontro il beneficio) e finisco per utilizzare l'assunzione (così come l'avanzamento di carriera), non come un premio (o meglio un riconoscimento) della capacità produttive e manageriali, ma come un oggetto (un prodotto) da immettere sul mercato come merce di scambio per altri scopi (quali ad esempio favorire il figlio di chi può aiutarmi in un appalto o altre facilitazioni). In questo senso il posto di lavoro diviene progressivamente un valore a se stante svincolato dal processo produttivo.

Giulio Pascali said

at 3:31 pm on May 3, 2010

4. Problemi di lungo periodo
Il risultato è la deprofessionalizzazione delle aziende (che ricorrono in misura sempre maggiore a risorse esterne per le l'esecuzione di attività anche "core"), la perdita di Know how dell'intero sistema (la fuga di cervelli all'estero è solo la punta di un iceberg del problema), la progressiva perdita di efficienza produttiva che a lungo andare non sarà più copribile dalla capacità del singolo.
Vi è poi l'aspetto cruciale, culturale, che tende a considerare l'aspetto prioritariamente dal punto di vista finanziario a discapito di quello prettamente industriale. Non a caso il principale beneficiario del primo è il sistema bancario (che riduce i rischi e drena risorse senza produrre valore reale), il punto di vista industriale invece, anche quando porta con se scelte impopolari (rilocalizzazioni o tagli), contiene in se un fondamento positivo in quanto tendente a valorizzare le risorse e a sviluppare gli investimenti (sulle persone e sullo sviluppo).

Giulio Pascali said

at 3:31 pm on May 3, 2010

5. Paradossi
L'aspetto più paradossale è che il ricorso maggiore a questo sistema si riscontra proprio nelle molteplici forme in cui il datore di lavoro è lo stato (v. ad es. il caso RAI, gli enti Ministeriali, le ASL, ecc.), dove l’aspetto produttivo risulta maggiormente annacquato anche per la diversa “ragione sociale” degli enti (la cui efficienza non può necessariamente essere misurata in termini prettamente industriali e produttivi).
L'altro aspetto paradossale è che il sistema Italia, non disponendo di risorse naturali proprie, dovrebbe fare forza proprio sulla leva dell’“offerta cognitiva/culturale” per sostenere la sfida mondiale, mentre l'attuale modello appare congegnato proprio per svalorizzare l'unica vera “risorsa naturale” italiana.
Un ulteriore aspetto negativo è costituito dal fatto che il sistema non consente una adeguata tracciabilità del percorso professionale, laddove l’esecutore materiale di un lavoro (specie se pagato in nero) finisce per risultare invisibile, con la conseguenza di non poter spendere adeguatamente la propria esperienza sul mercato del lavoro.

Giulio Pascali said

at 3:35 pm on May 3, 2010

6. Spunti:
- intercettazione della leva finanziaria mediante il ricorso a forme contrattuali che, indipendentemente dalla forma o dalla durata, estendano a tutti il sistema di protezione sociale (ad es. diritto di ferie, malattia, maternità, TFR, anche nei contratti a progetto);
- obbligo di contrattualizzazione scritta del rapporto di lavoro anche nel caso di partite IVA
- obbligo di pagamento anticipato (o mensilizzato) delle prestazioni offerte; istituzione di un massimale sulla percentuale compensabile a fine lavoro).
- elaborazione di forme contrattuali collettive mirate per le attività di ingegno (attività trasversali alle diverse categorie tradizionali)
- istituzione di un meccanismo di certificazione delle attività svolte (svincolato da altre forme di controllo, ad es. fiscale); applicato alle imprese consentirebbe valutazione della capacità produttiva reale di un’impresa basata sullo storico dei lavori effettuati (l’impresa, certificando la prestazione ricevuta, incide sul profilo aziendale dimostrando l’effettiva forza lavoro impiegata)
- obbligo di assunzione legato non al singolo rapporto di lavoro ma a valutazioni sul complesso (un’azienda che ricorre sistematicamente a contratti a progetto, se supera un determinato quantitativo su base annuale o pluriennale, deve assumere…. Non necessariamente qualcuno dei collaboratori);
- Stato come best performer; snellendo le procedure di assunzione tramite l’istituzione di albi di idoneità dai quali attingere direttamente senza ulteriori formalità; riducendo drasticamente il ricorso ai contratti a progetto; istituendo il criterio della pianificazione pluriennale (da aggiornare annualmente) delle assunzioni.
- Promuovere forme di rotazione del percorso professionale tra pubblico e privato

Marco Antoniotti said

at 4:55 pm on May 3, 2010

Concordo con Fabiano.

Evitare gli anglicismi like the plague and AIDS put together.

Signed: The Speak like you Eat Committee.

robertocaprioli said

at 6:18 pm on May 4, 2010

Giulio la tua analisi mi sembra corretta e gli spunti interessanti. Manca solo come rendere queste scelte appetibili alle imprese: incentivi, piu facilità di licenziamento o altro.

Introdurre questo tipo di norme senza tener presente che anche le imprese hanno delle loro esigenze porterebbe, penso, ad un passaggio dal precariato al lavoro nero e una non emersione del gia ampio lavoro nero stesso.

La soluzione che mi piacerebbe è un mercato del lavoro in cui le imprese sono disincentivate a licenziare per i costi sostenuti nel formare il lavoratore (operaio o altro che sia) e a quelli che dovrebbe sostenere per formarne un altro ed in cui non ci siano particolari vincoli all'assunzione/licenziamento.
Per ora siamo nel mondo contrario in cui nessuno investe in formazione ed il vincolo è puramente legale (quando e se c'è).



robertocaprioli said

at 6:20 pm on May 4, 2010

PS
anch'io sono per termini facili e di uso comune per tutti.

camilla said

at 6:26 pm on May 4, 2010

ribadsico, perché non andiamo a vedere che cosa sta proponendo Boeri con il contratto unico? Siccome è un ipotesi che si sta facendo spazio nel PD, va considerata e va discussa

Raffoblog said

at 7:02 pm on May 4, 2010

Il CUI non convince appieno il NIDIL CGIL che è il sindacato più rappresentativo dei precari. A livello di metodo, penso non sarebbe male provare a ragionare con loro sulle strade da percorrere, se non altro per presentare una proposta già "abbastanza" condivisa e non iniziare i soliti tira e molla con i sindacati.

camilla said

at 9:09 pm on May 4, 2010

Ci sarà un sindacato, ma non è sicuramente il PIU' rappresentativo, perché i precari sono sciolti. Piuttosto di cercare A PRIORI il consenso di un singolo sindacato il PD deve andare verso i precari, con forme di democrazia diretta: si presentano delle ipotesi, si discute, si valuta...perchè irrigidire il dibattito, in funzione delle forze (?) in campo? Apriamo il campo. I tira e molla con i sindacati nella maggior parte dei casi non hanno niente a che vedere con l'ARGOMENTO IN ATTO, ma dipendono da rapporti di forza interni che niente hanno a che vedere con le esigenze dei "fruitori". Una debolezza tipica del PD e degli innovatori nel seno del PD è di non rompere le palle agli intoccabili....se vogliamo andare oltre è meglio superare questa debolezza.

Raffoblog said

at 10:27 pm on May 4, 2010

Ho detto provare a ragionare, potrebbe essere un incentivo ad Andare Oltre anche per il sindacato, in genera abbastanza arroccato su posizioni non sempre improntate all'innovazione...e te lo dice uno che nella CGIL ci sta...

Claudia said

at 10:43 pm on May 4, 2010

Concordo con Camilla, anche secondo me dovremmo prima individuare la/le soluzione/i che ci sembra più interessante tra quelle proposte o da proporre, e poi confrontarci ed eventualmente arrivare ad una soluzione condivisa.
Anche secondo me l'idea del contratto unico è condivisibile. Invece di proporre duemila tipi di contratti, in mezzo ai quali datori di lavoro meno "illuminati" potranno sempre trovare una via di fuga, con un contratto solo è difficile sbagliare.
Oltre comunque alle varie tutele in caso di licenziamento, io aggiungerei corsi di formazione.
In francia chi è licenziato ha un sussidio per un anno, durante il quale si può/deve iscrivere a un corso di formazione, che può anche ri-orientarlo/a verso settori diversi. I corsi, peraltro, esistono davvero e sono efficaci, mentre da noi le varie doti e corsi a livello regionale spesso rimangono una chimera.

Claudia said

at 10:46 pm on May 4, 2010

Sul contrtto unico, un po di informazioni qui: http://www.lavoce.info/dossier/pagina2934.html

Giulio Pascali said

at 10:34 pm on May 6, 2010

@robertocaprioli, concordo; ma non credo che si possa sempre ragionare guardando ai casi negativi; se ci sono aziende che vanno in nero la risposta deve essere principalmente giudiziaria (in questo credo che la discussione sulla gioustizia dovrebbe puntare tutto sulla efficienza del sistema giudiziario, nessuna norma può applicarsi seriamente se non si ottiene un risultato di una causa in tempi ragionevolmente brevi)
il rischio in ogni caso e che per scongiurare il rischio che qualcuno bari, si finisce per danneggiere la maggioranza di onesti.....


osservazion sul metodo....
la vera sfida della politica è:
- ascoltare il mondo esterno analizzando dati e fatti "Oggettivi"
- evitare di essere superficiali, sapere essere "tecnici" (se servono parole tecniche, purchè non siano un parlarsi addosso, usiamole, impariamole....)
contestualmente
- sapere parlare al mondo con parole immediate ed immediatamente percepibili

chi mi sa dire quanti sono i precari in italia, che reddito medio percepiscono? quanti vivono ancora in casa dei genitori? ecc.
scusate non è un'accusa ma una richiesta di informazioni se ci sono da qualche parte.....
Io partirei da questo prima di affrontare qualsiasi proposta organica

camilla said

at 11:46 pm on May 6, 2010

concordo con la necessità di inchiesta. Nessuno ha le informazioni sui precari che giustamente pretendi, essenziali per definire una "vertenza politica". E il cosiddetto partito di opposizione, il PD, con le sue dipendenze cone "andiamo oltre", DOVREBBE PROMUOVERE INCHIESTE

Silvia Pedemonte said

at 1:27 pm on May 7, 2010

Esistono tre diverse proposte che vanno analizzate e discusse. A Genova abbiamo discusso l'argomento, grazie anche al supporto di Davide da Bologna, e stavamo pensando di realizzare un incontro in cui si farà la presentazione delle tre proposte (forse addirittura un video, ma occorre vedere se ne avremo le forze) e poi un confronto con i precari, senza intermediari, ma con le persone che si trovano ad affrontare ogni giorno questo problema per sapere loro che ne pensano e quale proposta trovano più adeguata e come le modificherebbero ecc. Credo che ci serva il confronto con le persone.
Certo non è facile affrontare una tematica, come il lavoro, così difficile e che tocca così nel vivo la sensibilità delle persone. Gestire un confronto potrebbe essere molto difficile e creare molta tensione, occorre strutturarlo in modo che diventi qualcosa di costruttivo che possa aiutare a formulare una proposta concreta il più vicina possibile ai precari.
Se qualcuno è intenzionato a lavorarci su si faccia vivo!

robertocaprioli said

at 4:28 pm on May 11, 2010

Ragionare con i numeri è sempre un bel ragionare, aiuta a focalizzare il problema e a trovare spunti.
Il problema è che spesso andando a cercare i numeri ci si perde nella ricerca e al posto di soluzione si hanno dei numeri.
Per me sapere se le persone con contratto a progetto sono 10 o 100 oppure se i lavoratori in nero sono 1 o 1000 poco interessa.
Secondo me di inchieste se ne sono fatte anche troppe (per modo di dire), quello che è mancato è la proposta a seguito dell'inchiesta.

Io so che in Italia esistono 2 mercati (approsimo per difetto) mercati del lavoro. In uno ci sono delle persone tutelate che possono (meno o male) pensare a un futuro e un altro mercato in cui non si hanno speranze e prospettive per il futuro.

Secondo me si deve trovare una soluzione per dare una prospettiva per il futuro a tutti chi gia ce l'ha e chi la vuole. Per me, e molto semplicisticamente, il problema è tutto qui.
I modi per farli possono essere molti, ed è di questi che si deve parlare.

Per me un modo è un contratto unico che in caso di licenziamento tuteli il lavoratore con sussidi e vera formazione per la riqualificazione. Assieme a questo si dovrebbe creare un sistema che premi le aziende che fanno crescere professionalmente il loro personale.
Al fine di favorire le imprese si dovrebbe pensare a un diverso sistema di licenziamento (non si puo pensare che le aziende possano tenere lo stesso livello occupazionale in fase di crescita e in fase di crisi) ed una detassazione del lavoro (da ambo le parti).

Giulio Pascali said

at 1:01 pm on May 28, 2010

insisto su un nodo cruciale che infuenza fortemente le scelte in materia di lavoro più di quanto non si pensi.
il mercato del lavoro è sostanzialmente e principalmente un problema finanziario
le grandi imprese migliorano il loro rating (sulla base del quale si stabilisce quanto costa ottenere un prestito) riducendo la esposizione a lungo termine, un dipendente a tempo indeterminato per quanto possa costare poco per effeto di detassazioni o altre agevolazioni, incide negativamente sul rating (questo porta a terziarizzare le attività, e a fare uso di contratti a termine)
allo stesso modo la necessità di controllare il cash flow (flusso di cassa in italiano) si tende a ritardare il pagamento delle fatture sia ai fornitori, sia ai collaboratori a progetto; entrambi per sostenere questo ritardo pagano a loro volta gli interessi alle banche.
In altre parole il committente si finanzia in parte ritardando i pagamenti (Alitalia nei momenti di maggiore crisi pagava dopo un anno, e spesso solo dopo solleciti giudiziari).
in questo meccanismo chi ci guadagna sono sempre le banche che nei momenti di crisi non esitano a stringere i cordoni mettendo in difficoltà le aziende secondo criteri non di selezione industriale, ma di capacità finanziaria
riportato al livello di singolo lavoratore ovviamente chi si può permettere di non guadagnare per vivere, finisce con l'essere fortemente avvantaggiato.
la cosa più scandalosa è che tra i soggetti che più appaiono applicare questi metodi (ritardo nei pagamenti, contratti precari, terziarizzazione dei servizi) ci sono gli enti pubblici.
ASL, RAI, Comuni, Ministeri, ecc.
di contro la possibilità di organizzare il precariato in una unica voce, è minato alla base dalla forte frammentazione del lavoro (problema non sufficientemente sentito dai sidacati che non hanno rappresentatività in queste categorie)

Giulio Pascali said

at 1:01 pm on May 28, 2010

le mie proposte banalmente mirano a intaccare almeno in parte il sistema riducendo per i più piccoli l'esposizione bancaria, spingendo le aziende pubbliche a essere promotrici di "esempio positivo", e a creare un maggiore allineamento di diritti doveri e garanzie tra i vari contratti di lavoro estendendo il più possibile le condizioni contrattuali dei tempi indeterminati anche a tutte le forme di contratto a tempo determinato.

ad esempio ritengo che sarebbe rivoluzionario prevedere che l'obbligo di assunzione da parte di una azienda scatti non su valutazioni riferite al singolo dipendente, ma su base più generale. Se una azienda ricorre sistematicamente a contratti a progetto (mettiamo che superi una soglia di contratti per un dato periodo), deve essere obbligata a assumere defintivamente almeno un 30 %. in questa maniera scomparirebbero i trucchetti (oltrettutto fortemente degradanti) tipo non ti rinnovo il contratto per un mese così salta la continuità del rapporto dilavoro

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